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Iperammortamento: quanto ne sai?

Iperammortamento: quanto ne sai?

L’iperammortamento è una delle misure più interessanti messe in campo negli ultimi anni  in quanto, sovrastimando un bene nel suo valore ai fini IRES, permette un risparmio fino al 40% spalmato negli anni di ammortamento del bene. Il 31 Dicembre 2019 scade il termine per l’ammissibilità degli investimenti, siano essi acquistati in toto, o solo pagati in acconto del 20%. Mentre fino al 2018 l’iperammortamento aumentava il valore del bene al 250% a prescindere dall’ammontare degli investimenti, nel 2019 si ha una versione a scaglioni con agevolazione decrescente, e per gli investimenti di piccole e microimprese rientranti nella prima fascia di valore (€ 2.500,00), l’agevolazione è al 270%, facendo risparmiare circa il 40%, anziché il 36% degli anni precedenti.

Quindi se state pianificando di acquistare un macchinario in Industria 4.0 da € 100.000, quest’anno avreste un risparmio di circa € 40.000 anziché € 36.000.

Ma cosa sanno gli imprenditori di questa disciplina? 

Purtroppo poco, e comunque ne vengono spesso a conoscenza da venditori di macchinari, che non di rado mancano di una visione complessiva della disciplina. L’acquisto di un macchinario in industria 4.0 non è sufficiente per poter usufruire dell’Iperammortamento. Questo macchinario deve essere “interconnesso” al sistema aziendale in modi specifici, che richiedono tra l’altro:

  • il caricamento da remoto di istruzioni, salvo casi particolari propriamente giustificati,
  • l’interazione automatica con il sistema di logistica informatizzato dell’azienda,
  • una telemanutenzione, dimostrata con contratto attivo per 5 anni, ecc.

Le sanzioni possono arrivare fino al 180% della somma agevolata. Se si è usufruito di una agevolazione di € 100.000 e il macchinario risulta non propriamente connesso, si deve restituire tale somma e vi si aggiunge una sanzione di ulteriori € 180.000. Come se non bastasse, i controlli possono avvenire durante i 10 anni successivi all’acquisto. 

Ma spesso si ha anche l’effetto opposto, cioè ci si lascia sfuggire occasioni di risparmio laddove l’agevolazione sarebbe applicabile, ma non vi abbiamo ricorso. Difatti, in alcune circostanze è possibile portare in iperammortamento anche beni usati, se parte di un bene cui contribuisce in maniera maggioritaria un bene nuovo. È il caso di linee di processo con funzionamento solidale. Oppure rientrano in iperammortamento le attrezzature autocostruite, portando come costo agevolabile anche le buste paghe del personale interno, a patto però che risultino come beni ammortizzabili.

L’agevolazione ha durata annuale e viene aggiornata e rimodulata nelle leggi finanziarie di fine anno. Ad oggi non si hanno informazioni se verrà rinnovata o se le percentuali rimarranno così vantaggiose per le piccole imprese. Quindi se si ha esigenza di fare investimenti è meglio procedere da subito, quantomeno effettuando l’ordine con il 20% di anticipo entro il 31 dicembre, che “congela” per un anno il diritto di accedere al beneficio nei termini di vigenza del 2019.

Tutte buone ragioni per ricorrere a professionisti esperti della materia prima di investire risorse. Per questo ne abbiamo parlato nell’evento di Umbria Business Group di venerdì scorso a Foligno, in un incontro dedicato proprio agli imprenditori.

Chiaramente vi sono anche altri aspetti da valutare caso per caso, ma che come Umbria Business Group siamo a disposizione per sottoporre ai nostri esperti, in questo caso l’ing. Marco Catanossi, il quale ci ha assistito nei contenuti di questo articolo, e ha già aiutato decine di aziende umbre ad accedere all’agevolazione in questione, anche redigendo le relazioni tecniche e perizie giurate richieste per accedervi.

Chiama +39 339 6207311 o invia una email a pr@umbriabusinessgroup.it per maggiori informazioni.

5 cose da fare prima di affrontare il crowdfunding

5 cose da fare prima di affrontare il crowdfunding

Condividiamo un post di Alessandro Veracchi, founder di Evonove su come affrontare una campagna di Crowdfunding. Alessandro racconterà la sua esperienza su Kickstarter dopo il grande successo del gioco Barbarians: The Invasion durante il nostro evento del 29/11 a Perugia sul Crowdfunding come finanziamento per le startup e le PMI.

Il crowdfunding è una forma di raccolta fondi alla portata di tutti, ma da affrontare consapevolmente per massimizzare le possibilità di successo.

Conoscere i quattro tipi di crowdfunding: Charity, Loaning, Reward ed Equity.

Il crowdfunding può essere eseguito tramite differenti modalità e differenti piattaforme, ognuna con le sue regole, prassi, metodiche e pubblico di riferimento. Utilizzare una modalità non adatta al tipo di progetto o agli obiettivi preposti può limitare ampiamente i risultati. È quindi importante per l’imprenditore conoscere appieno le possibilità che ha a disposizione in maniera da poter scegliere quella che si rivela più adatta alle sue esigenze.

Informarsi da un buon commercialista: le spese inaspettate possono danneggiare un progetto di successo.

Sebbene con modalità innovative e diverse dal solito, il crowdfunding nella sua essenza resta una ricerca di fondi per un’attività imprenditoriale ed è un gravissimo errore non muoversi seguendo un business plan accurato. Un progetto di crowdfunding di successo deve essere una macchina autonoma capace di finanziarsi da sola ed è fondamentale non incorrere in spese impreviste. In uno stato altamente burocratizzato come l’Italia è facile ignorare l’esistenza di tasse o regolamentazioni fino al momento in cui impattano sul progetto. Consultandosi con un professionista durante la stesura di un business plan diventa quindi una parte vitale nel processo di pianificazione di una campagna crowdfunding per evitare sorprese.

Trovare una buona idea: nessun tipo di marketing può compensare l’assenza di un’idea vincente.

Sono innumerevoli le campagne di crowdfunding che sembrano avere tutto in regola, ma finiscono per non raggiungere il proprio obiettivo. E’ possibile applicare svariate strategie di marketing per aumentare la possibilità di successo di una campagna di crowdfunding, ma alla fine dei conti sarà sempre l’idea a vincere ed una campagna basata su un’idea poco valida sarà svantaggiata sin dal principio.

Costruire una community: trova persone capaci di condividere e sostenere la tua visione.

Il motore di ogni campagna di crowdfunding sono le persone capaci di condividere la tua stessa visione e passione per un progetto. Per sua stessa natura, il crowdfunding può funzionare solo se sei in grado di trovare queste persone e di narrare la tua storia e la tua idea. E’ importante fare questo prima della campagna di crowdfunding, in maniera da avere un pubblico eccitato, pronto a supportarti e a condividere il tuo percorso verso il successo.

Avere passione: l’unico vero motore di ogni attività imprenditoriale.

Uno dei massimi esperti di crowdfunding al mondo sostiene che una campagna su Kickstarter è l’equivalente di un concerto rock per un imprenditore. La piattaforma è il tuo palcoscenico ed in una certa finestra temporale tutti i riflettori saranno puntati su di te. Dovrai coordinare un team multidisciplinare con tempistiche serrate e scadenze improrogabili. Con grande probabilità dovrai farlo mentre ti interfacci con un pubblico anglosassone ed in orari statunitensi. Senza passione per quello che si sta facendo, non è possibile affrontare tutti gli aspetti che il crowdfunding inevitabilmente porta con sé.

Hardware nell’IoT

Hardware nell’IoT

Premessa

Questo è il secondo post di una serie dedicata all’Internet delle Cose nell’ambito più ampio dell’Industria 4.0. Il primo ha coperto, oltre ad una breve introduzione all’argomento, i criteri di scelta del sistema operativo e del software associato, mentre l’intervento di oggi toccherà gli aspetti hardware tentando di chiarire i criteri con cui scegliere la piattaforma IoT giusta per il proprio prodotto. Vale per questo come per il post precedente l’approccio metodologico di non trattare Arduino e piattaforme su cui giri Linux per i motivi già menzionati in quest’ultimo.

 

L’hardware

A questo punto serve qualche chiarimento: ciascuna delle sezioni hardware seguenti descrive un chip, il quale proviene da un singolo costruttore e va acquistato all’ingrosso da terze parti o da distributori autorizzati. Di solito non viene fornito con strumenti in grado di immagazzinare codice o interagire col mondo esterno.  Un modulo invece è un prodotto basato sui succitati chip, aggiungendo caratteristiche come la capacità di immagazzinare dati in maniera persistente, antenne WiFi/Bluetooth integrate, e così via.  I moduli sono rilasciati da produttori diversi ma usano lo stesso chip. Di prassi i suddetti moduli sono versioni prodotte su larga scala del design di riferimento del costruttore del chip, quindi per componenti hardware comuni c’è solitamente ben poca differenza fra i vari moduli, fatta eccezione per il prezzo. Una scheda può contenere un chip o un modulo ma fornisce in più cose come diversi modi di alimentare l’hardware, connettori e pin per collegarvi hardware esterno, e via dicendo. A differenza dei moduli le schede possono variare molto da un costruttore hardware all’altro, e tendono ad essere adattate ad usi o esigenze specifiche. Una occhiata alle immagini qui sotto renderà tale concetto molto più chiaro:


[Chip] Atmel ATXMega 128A1 Photo By Springob – Own work, CC BY 3.0,

[Modulo] ESP8266 Photo By Sparkfun Electronics – CC BY 2.0


[Scheda] Wireless Internet of Things (WIOT) Board by ubld.it CC BY-SA 3.0

Dal punto di vista hardware scegliere la piattaforma giusta è un compito ancora più importante. Non va dato nulla per scontato in quanto soluzioni differenti possono sembrare inferiori comparate ad altre ma potrebbero essere del tutto adeguate al compito cui sono destinate. Concepire soluzioni IoT all’uopo è tutt’altra questione rispetto a idearne per uso generico, si prenda ad esempio la connettività WiFi:

I sistemi per uso generico oggigiorno sono tutti forniti di una qualche interfaccia WiFi che ci si aspetta semplicemente che “funzioni”. Ma la WiFi su dispositivi IoT è un altro paio di maniche. Si tengano a mente un paio di cose quando si sceglie quale chip utilizzare, sebbene nessuno ci penserebbe mai riguardo ad un dispositivo ad uso generico di questi tempi:

* Questo dispositivo è destinato ad un ambiente domestico o industriale? Nel secondo caso chip WiFi differenti possono avere antenne separate per la ricezione e la trasmissione, anche più di una. Si tenga conto che se il dispositivo deve agire come sensore o per acquisizione dati, per fare in modo di ridurre perdite di dati in uscita bisognerà procurarsi un chip che abbia due antenne per la trasmissione e una per la ricezione, ad esempio. Un disturbo da parte di un altro apparecchio può rendere irrealizzabili i design oltre un certo livello di complessità in quanto non sono resilienti verso le interferenze quanto gli elementi più semplici.

* Bisogna inoltre chiedersi quanti dati riceverà e trasmetterà il dispositivo. A differenza dei dispositivi per uso generico, la memoria è spesso scarsa e in tal caso due scenari negativi si prospettano su hardware di fascia bassa: o il firmware è troppo lento nel gestire i dati in ingresso, o è troppo veloce nel generare quelli in uscita. Nel primo caso si deve riuscire a gestire la perdita di dati, e pertanto si potrebbe aver bisogno di implementare un meccanismo di ritrasmissione dei dati se si ha bisogno di una bassa latenza, oppure passare a protocolli che lo facciano di per sé – a spese di un incremento di memoria o maggiore latenza. Nel secondo caso a seconda del sistema si potrebbe riscontrare un crash di sistema o l’impossibilità di trasmettere i dati senza che sia generato un messaggio di errore, dato che per quanto concerne al sistema operativo, l’unica cosa di cui preoccuparsi è il mandare i dati alla scheda di rete per la trasmissione (la cui coda d’invio è piena e i pacchetti finiscono nel nulla senza generare avvisi).

Tutto ciò va ad aggiungersi alle scelte tradizionali di design della parte elettronica, come il consumo di corrente, la dispersione di calore, i requisiti di voltaggio, e così via. Il design dell’hardware non è mai stato facile di suo ma se per un certo periodo ce la si poteva cavare con soluzioni generiche come computer a scheda madre singola con CPU x86 compatibile, di questi tempi clienti potenziali e non vogliono componenti più piccole e meno dispendiose – la qual cosa comporta lavoro extra nel selezionare le componenti che finiranno nel design finale.

Quelli fra di voi che erano attivi tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima dei Novanta possono paragonare senza problemi un simile scenario con quello degli home computer dell’epoca, quando c’era una pletora di sistemi diversi incompatibili fra di loro che si davano battaglia per una fetta di mercato – tutto ciò avveniva prima della standardizzazione verso il PC con cuore Intel. Per l’IoT siamo ancora alla fase “competitiva”, in cui soluzioni diverse incompatibili fanno del loro meglio per dominare il mercato. A titolo di esempio ecco una rapida lista di alcune CPU presenti sulle schede IoT:ARM, ARC, AVR, FT32, MIPS, NDS32 ), PIC, Super-H , x86 e Xtensa.  Alcune di esse sono ben note, come ARM e x86, ma si va anche verso soluzioni esotiche con esempi come NDS32 (la CPU dietro il modulo MediaTek MT7681 per dirne una), o FT32 – la quale è una architettura CPU nuova di zecca creata da FTDI per cui sono appena stati disegnati dei moduli.

 

Il post successivo di questa serie approfondirà le caratteristiche tecniche del chip ESP8266.

Guest post di Alessandro Gatti: consulente freelance IoT a Taiwan, in passato dopo aver esordito nello sviluppo di app J2ME nel 2003 ha lavorato fra gli altri come dipendente di Rakuten in Giappone (principale concorrente di Amazon in quel paese) e Opera a Taiwan e in Norvegia. Cura l’intero sviluppo in ambito embedded e su piattaforme iPhone/Android/Windows Phone, fino ad aspetti low-level come la programmazione in assembly o C del firmware e offre servizi di reverse engineering, coaching dei team di sviluppo, design di soluzioni Industry 4.0 dai tempi di SCADA e non solo. Editato da Fabrizio Bartoloni. Alessandro Gatti è stato uno dei relatori, in diretta Skype da Taiwan, all’evento UBG dedicato all’IoT il 22 febbraio presso Hub Corciano.

Le sfide dell’Industria 4.0 per lo sviluppo armonico della PMI

Le sfide dell’Industria 4.0 per lo sviluppo armonico della PMI

L’industria 4.0, l’Internet of Things (IoT), l’intelligenza artificiale, il cloud computing e più in generale la digital transformation sono fattori che stanno cambiando enormemente il modo di fare impresa.

Non si tratta dell’implementazione di nuovi sistemi, di nuove tecnologie o di digitalizzare qualche processo ma di un cambiamento radicale che impatta inevitabilmente sul modo di pensare: una rivoluzione dirompente che riguarda le aziende di ogni settore e in ogni fase del proprio Ciclo di Vita. Alla base di questa trasformazione ci sono i dati: la loro raccolta, la loro gestione e la loro analisi (data driven). La sfida è inevitabile, l’impresa non può affrontare questo passaggio epocale se non attraverso l’adozione di modelli manageriali con un cambio di passo in termini culturali e organizzativi che impattano in maniera multidisciplinare su tutta l’azienda. La trasformazione digitale, passa dunque per la creazione di una cultura aziendale che percepisca i dati come una risorsa strategica che alimenta ogni fase del processo decisionale. I livelli di competitività dell’impresa sono tanto più elevati quanto maggiore è il suo grado di flessibilità e adattabilità al contesto in cui opera. La sua capacità di risposta in termini di produttività ed efficienza, è strettamente legata alla capacità di innovare e pianificare le proprie strategie in modo puntuale, analitico attraverso l’innesto di una gestione razionale del dato.

La raccolta, la gestione e l’analisi dei dati sono attività divenute necessarie per lo sviluppo dell’impresa tanto che l’approccio data driven risulta indispensabile per prendere decisioni e creare strategie. Non possiamo più permetterci di snobbare l’enorme mole di dati disponibili basando le politiche aziendali sull’intuito, formulando scelte “di pancia” o andando, come si dice, “a naso”. I processi di business governance, in ogni ambito della vita aziendale, devono essere supportati da un approccio analitico basato sui dati e sull’impiego di adeguati modelli di analisi.

Un approccio manageriale data driven implica una struttura organizzativa all’interno della quale si sviluppino da un lato, le condizioni per favorire una sensibilità verso l’importanza strategica del dato, e dall’altro, si integrino ai processi operativi già informatizzati, quelli di Data Quality, Data Integration e Data Governance. L’attenzione va riposta all’intero ciclo di vita del dato: deve essere affidabile, accurato e pronto per gli scopi previsti. La qualità dei dati è un elemento imprescindibile per aumentarne l’efficacia nei processi aziendali.

L’integrazione dei dati permette di combinare e unire informazioni provenienti da sistemi diversi, ottenendo una vista di sintesi (sistemica) dei fenomeni analizzati immediata e coerente con le esigenze aziendali. È come realizzare un puzzle a partire da singoli pezzi provenienti da scatole diverse. Tutti i dati rilevanti e strategici devono essere gestiti formalmente a livello enterprise: le strategie di gestione dei dati devono allinearsi alle strategie aziendali coinvolgendo risorse, processi e tecnologie di impiego del dato.

Il patrimonio informativo aziendale deve essere valorizzato trasformandolo in un vero e proprio asset strutturale. L’implementazione di logiche di processo di gestione del dato, in grado di canalizzare correttamente i flussi informativi, le adeguate competenze di analisi e impiego dei dati, unitamente ad opportuni strumenti tecnologici rappresentano il mix di componenti che occorre gradualmente introdurre all’interno dell’impresa.

Applicare il Data Driven Management, in sintesi, significa mettere l’impresa nelle condizioni di aprirsi a nuove opportunità di business, accogliendo strumenti e metodologie operative in grado di sviluppare nuovi prodotti e nuovi servizi, di migliorare l’efficienza operativa ottimizzando i costi e il processo decisionale attraverso l’impiego di modelli di analytics. Grazie al supporto di avanzati modelli di analisi, l’impresa è in grado di scoprire le tendenze del mercato, conoscere in anticipo trend e decifrare il comportamento dei consumatori. Segmentazione analitica della domanda, definizioni di campagne di marketing mirate, strategie di up selling e cross selling sono solo alcune delle possibilità innescate dai processi di data analysis.

La cultura del data driven management resta di fatto l’elemento portante del processo di cambiamento delle imprese, senza il quale difficilmente si riuscirà ad innescare processi di innovazione tali da garantire agilità e flessibilità di business necessari per rimanere competitivi negli attuali contesti di mercato. Le tecnologie sono abilitanti, i dati sono la materia prima e i modelli di analisi sono lo strumento, ma è alle persone che è affidata l’azione: se essa non è guidata dalle analisi allora nessun dato è in grado di condurre ad un beneficio, nonostante le avanzate e innovative tecnologie disponibili.

In definitiva, solo attraverso decisioni basate sui dati, possono raggiungersi in modo continuativo obiettivi di crescita.

Articolo di Fabrizio Galeazzi e Francesco Stefani

Spunti per dare inizio al tuo processo di internazionalizzazione

Spunti per dare inizio al tuo processo di internazionalizzazione

In Economia e in relazione ai mercati internazionali, la globalizzazione, termine reso popolare dall’economista Theodore Levitt, descrive un processo di omologazione e integrazione che, come effetto, ha la creazione di legami di interdipendenza tra gli attori in gioco nel contesto internazionale.

L’effetto che il processo di globalizzazione ha sortito nell’epoca attuale, è la standardizzazione delle modalità produttive e strategiche e, quindi, dei prodotti/servizi, basti pensare all’ISO, a Six Sigma o al Metodo Toyota. Questo fenomeno non appare più nuovo ai nostri occhi, essendo da tempo parte della nostra quotidianità.

Oggi, e da diverso tempo, ogni singola azienda si trova a competere, nella corsa al mantenimento e all’acquisizione dei clienti, con una miriade di realtà economiche, geograficamente e culturalmente vicine o lontane, fisicamente accessibili (brick-and-mortar) o nel Cloud (digital).

Di qui la necessità impellente di internazionalizzare la propria azienda per far fronte alla variegata concorrenza e proporre i propri prodotti/servizi all’esterno dei confini nazionali.

Possiamo dire che porre in essere un processo di internazionalizzazione della propria azienda sia la naturale risposta alla globalizzazione la quale, in altro modo, vedrebbe l’azienda stessa consumarsi sotto i suoi colpi e subire la maggiore competitività e influenza dei player internazionali.

I dati del Ministero dello Sviluppo Economico mostrano che nel periodo gennaio-novembre 2016 l’export italiano ha raggiunto il valore di 380.772 miliardi di euro, una crescita del +0,7% rispetto all’anno precedente. Solo nel 2016 sono state 200.240 le imprese italiane che hanno avviato o consolidato la loro presenza nei mercati UE ed extra-UE. Dall’altro lato vediamo invece il preoccupante dato che mostra 390 aziende chiudere ogni giorno per la saturazione del mercato interno (ca. 142.000 in un anno).
Da uno studio condotto da UPS, infatti, emerge che gli imprenditori, specialmente quelli a capo di Piccole e Medie Imprese che hanno deciso di affacciarsi ai mercati esteri, hanno registrato una crescita dei ricavi che ha permesso loro di portare avanti il proprio business.

Risulta che il nostro sbocco economico preferito sia l’Unione Europea (Germania e Francia, in particolare), mentre tra i mercati extra-UE spicchino gli Stati Uniti.

Ricerche recenti, tra cui il rapporto dell’Osservatorio PMI di Global Strategy, hanno sottolineato come, tra le PMI che hanno riportato risultati concreti, ci siano soprattutto quelle che hanno mirato all’innovazione e all’internazionalizzazione. Negli anni della crisi 2010-2014 le imprese che hanno scommesso su innovazione e internazionalizzazione sono cresciute a ritmi superiori rispetto alle concorrenti che non hanno seguito il medesimo percorso.

Dallo stesso studio di UPS citato prima emerge inoltre che, nonostante il guizzo positivo dell’espansione verso l’estero, molte delle imprese presentano ancora alcune lacune penalizzanti:

  1. scarsa conoscenza delle nuove tecnologie e degli strumenti disponibili;
  2. scarsa conoscenza delle lingue e delle culture straniere;
  3. scarsa conoscenza del proprio prodotto e delle potenzialità della propria azienda;
  4. assenza, a volte totale, di strategie.

Un check-up approfondito, nel momento in cui si decide di dare avvio al proprio processo di internazionalizzazione, è alla base della conoscenza delle proprie capacità e potenzialità imprenditoriali e di prodotto/servizio, al fine di selezionare il mercato più adatto al quale rivolgersi.

Una soluzione che pochi valutano è quella offerta dal web, in particolare, dagli strumenti di e-commerce che permettono di testare l’approdo in mercati poco conosciuti. L’e-commerce consente di valutare sin da subito la capacità di assorbimento potenziale dei mercati selezionati e la risposta dei consumatori al prodotto/servizio proposto.

La competenza linguistica è sicuramente la chiave di accesso ai mercati esteri nel processo di internazionalizzazione (abbreviato di consueto a i18n in questo ambito) della propria impresa. Avere nel proprio organico figure professionali, con alta competenza linguistica e conoscenza della cultura del paese a cui ci si rivolge, è fondamentale per creare e consolidare il rapporto con i nuovi clienti. Rafforza la fiducia e trasmette serietà a chi osserva dall’esterno, ancor di più se osserva dall’estero.

L’ultimo punto, che sicuramente tocca nel profondo gli imprenditori italiani, è la certificazione e tracciabilità del proprio prodotto (si veda su tutti lo standard ISO 22005:2008, sulla rintracciabilità dei sistemi alimentari). Il Made in Italy è stato sempre un brand potente che ha permesso alla nostra nazione un vantaggio nelle esportazioni. I nostri prodotti, oggi, vengono copiati e la loro provenienza contraffatta in maniera spesso grossolana (il c.d. “Italian sounding“), con lo stupore degli imprenditori italiani che scoprono la difficile riconoscibilità dagli originali a un occhio straniero. Quindi, certificare e tracciare il proprio prodotto, non solo permette di salvare dalla contraffazione, ma garantisce ed evidenzia la serietà della propria azienda.

Questo breve articolo si propone di dare uno spunto ai lettori per iniziare un’analisi del proprio contesto lavorativo e le possibili evoluzioni che il porre in essere un processo di internazionalizzazione potrebbe apportare in termini funzionali ed economici.

Buon lavoro!

Articolo di Lucia Fioravanti e Omar Schiavoni

Design thinking per modellare il futuro senza temere il cambiamento

Design thinking per modellare il futuro senza temere il cambiamento

Pubblichiamo con piacere un guest post di Puntodock, che terrà un workshop sul Design Thinking per noi giovedì 23 marzo.

Il 70 % dei membri dello staff di grandi aziende italiane dichiara di ottenere risultati migliori quando lavora in team.

L’ 80 % dei dirigenti di grandi aziende internazionali sostengono che le due principali linee di sviluppo per il management futuro saranno design organizzativo per ripensare le imprese a misura di team di lavoro, e design thinking, per riprogettare il lavoro a misura di team collaborativi.

Stando a questi dati e a quanto ci sentiamo ripetere da anni a più voci e a più riprese, possiamo affermare senza dubbio che la contemporaneità impone a tutti  di essere attenti alle novità e di sapersi costantemente adattare al cambiamento.

Perché allora la maggior parte di noi ha così paura di ciò che è nuovo?
Ce lo spiega Roger L. Martin in un articolo dal titolo Use design thinking to build commitment to a new idea il quale sostiene che la cultura moderna ci impone di credere a qualcosa solo quando siamo razionalmente convinti dalla sua logica ed abbiamo, in aggiunta, dati che ci diano evidenze empiriche.

Le nuove idee  però, per definizione , non hanno dati che ne confermino la validità. Del resto, anche se ci fosse disponibilità di dati, poco potremmo dire su come andranno le cose: le prove analitiche tengono in grande considerazione il passato, ma danno poca o nulla attenzione al futuro il quale, proprio come detto sopra, sarà verosimilmente molto diverso dal passato.
Questa predilezione verso l’analisi del passato spesso si trasforma in un atteggiamento conservativo che sceglie di “sfruttare” quello che ha dato prova di funzionare piuttosto che “esplorare” quello che in futuro funzionerà.
Quindi, non potendo fare affidamento sui dati, per convincere le nuove idee dobbiamo allora contare su altri due elementi: la logica e le emozioni.
Citando il caso studio dello sviluppo di un nuovo prodotto da parte di un’azienda del settore finanziario, Martin descrive come il design thinking fornisca gli strumenti giusti per sviluppare un progetto radicalmente nuovo che sia in grado di convincere chi è chiamato ad attuarlo.

La mancanza di dati sul prodotto, infatti, può essere sopperita da un percorso logico che parte da una solida comprensione dei bisogni e delle preferenze del cliente: le tecniche del design ci consentono infatti di adottare un approccio collaborativo, customer-centric e iterativo, immaginando le storie degli utilizzatori per prototipare, testare e migliorare versioni via via più evolute del prodotto.

In contemporanea i nuovi prodotti devono essere anche “raccontati” dentro all’organizzazione, allo scopo di convincere e motivare le persone: chi è chiamato a sviluppare qualcosa di nuovo lo fa meglio se crede nel progetto e nei vantaggi che questo sarà in grado di produrre.
Un buon modo per raggiungere questo risultato è quello di creare un contatto diretto tra chi si occupa dello sviluppo e gli utenti che vengono coinvolti nella realizzazione dei prototipi di modo che i primi possano percepire le reazioni che questi hanno quando entrano in contatto con il loro lavoro.

Il successo nel convincere lo staff a credere nelle nuove idee”, conclude il manager protagonista del caso studio, “viene da una combinazione rigorosa delle informazioni provenienti dai piani di business con quelle provenienti dai prototipi”. In questo modo, grazie ai prototipi e con l’avanzare dei test, l’organizzazione è in grado di collezionare nuovi dati che le saranno utili per prevedere come si comporteranno i clienti quando il prodotto andrà sul mercato e a non avere paura di fare un salto nel buio (che poi tanto buio non sarà più).
Andiamo dunque verso un futuro in cui le aziende saranno “network di network” nei quali il valore degli individui sarà sempre di più funzione della loro capacità di interagire e di lavorare in simbiosi con gli altri. Bisognerà costruire squadre perché non basteranno più un insieme di talenti slegati tra loro. Per questo, già a partire da oggi, diventa più che mai necessario trasferire ai team di lavoro competenze trasversali e metodologie necessarie alla collaborazione. Ma non basta questo.

Perché non c’è collaborazione senza organizzazione, e non ci sono organizzazioni senza persone. Nessuno, infatti, conosce l’azienda meglio di chi ne fa parte. Collaborare allora significherà sempre più mettere in condivisione le informazioni, analizzare la realtà e progettare il futuro.