Seleziona una pagina
Please allow me to introduce myself: lezioni di Personal Branding

Please allow me to introduce myself: lezioni di Personal Branding

Qualche giorno fa, durante una delle mie aule, ho chiesto ai partecipanti di darmi una definizione dell’azienda per la quale lavorano. Sono partiti slogan e, altisonanti metafore, ma in sostanza nessuno mi diceva cosa facesse esattamente quell’organizzazione.

Questo perché alcune aziende oggi sono veramente difficili da definire (leading company, knowledge company, per non parlare di un ever green come consultancy company) e anche perché tendiamo sempre più spesso a “sponsorizzare” un concetto, piuttosto che a renderlo identificativo di un qualcosa.

Di fronte al mio costante scuotere la testa: “mi stai dando un pay-off” – “è una buona idea se facessimo un spot radiofonico” – “si capisce ancor meno di prima cosa fa sta benedette azienda” si sono infiammati leggermente gli animi. Nell’agitazione generale è saltata fuori anche la domanda: “ma perché hai tutta questa necessità di avere una “definizione”?”

Perché definire qualcosa non serve tanto a dargli una forma, a farlo diventare concreto, usabile, ma sicuramente da quel momento in poi è possibile comunicarlo. Ho chiesto allora se sapessero definire un brand più semplice (più o meno): se stessi.

Panico!

In primis, panico da aspettative (“sicuramente vorrà sentirsi dire cose specifiche… è un formatore del resto!”). Poi, panico da wording (“sarà meglio dire furbo o arguto?”). Ed infine, panico da contenuti (“come faccio a dare una definizione di me, essere complesso e articolato, fatto di esteriorità e sostanza?”).

Questa esperienza mi ha permesso, così, di riflettere su due cose importanti: chi siamo e come siamo. Concetti abbastanza complicati se presi così, tout court, ma se analizzati in una specifica strategia di comunicazione, possono dare spunti interessanti sul Personal Branding:

  • Il “Chi sono?” è dato dal cosa faccio (come lavoro, come persona nella società)
  • Il “Come sono?” è spesso legato ad aspetti fisici, dai quali si possono dedurre anche aspetti più intimi e personali (“come capirai, non sono uno sportivo” perché la di là della cinta spuntava un po’ di pancetta)

In ottica strategica basta sintetizzare questi due punti per ottenere una prima definizione di sé? Magari!

Per definire il proprio brand, e di conseguenza comunicarlo, le domande devono essere esplose, rese più articolate. Uno spunto interessante l’ho trovato grazie ad Annamaria Testa, in un suo articolo su Internazionale (link). Il suo racconto è concentrato su questo: “C’è qualcosa – una cosa qualsiasi – che sai fare bene?”

Rispondere a questa domanda serve non solo alla costruzione della consapevolezza di sé (che è una gran bella cosa) ma serve soprattutto a darci elementi per costruire un corretto storytelling di noi stessi. L’elenco di risposte possibili è potenzialmente infinito (almeno nelle categorie di azioni): ad esempio, io so parlare bene con le Persone (attività che presuppone skills relazionali) e al contempo so lavorare bene all’uncinetto (attività che prevede skills tecniche).

Andiamo ora al “Come sono?”.

Questa domanda mi ha fatto riflettere su una cosa specifica: i miei capelli. La mia testa è sempre stata popolata da indomabili e indisciplinati ricci rossi. Da piccola “essere una persona ordinata” (nel senso estetico del termine) mi ossessionava. Poi ad un certo punto, probabilmente per semplice reazione, mi sono trovata a pensare che invece avere una testa popolata da indomabili e indisciplinati ricci rossi…è una figata!

Sono stata probabilmente vittima (positiva) della profezia che si autoavvera, ma il raccontare storie sui miei capelli mi ha concesso di potermi descrivere meglio e di smettere di odiare quell’aggettivo: ordinata!!!

Ecco che con i giusti esempi il Personal Branding diventa concreto e possibile. Un’azione di questo tipo consente di costruire una strategia dietro la comunicazione di fatti, comportamenti, attitudini, caratteristiche. In conclusione, non va dimenticato che il Personal Branding è un processo e come tale ha bisogno di programmazione e aggiornamento continuo.

L’autore dell’articolo, Mara Loccisano (https://www.linkedin.com/in/mara-loccisano-9a510913/), è trainer e coach, amante della comunicazione, con 12 anni di esperienza. Il Personal Branding è uno dei fulcri principali di ricerca e interesse, affiancato da tematiche inerenti il marketing e la vendita.

Di queste e altre sfumature del Personal Branding ne parleremo venerdì 5 aprile alle ore 18.00 durante un evento co-organizzato da UBG e CULT – Community Hub Perugia (https://www.eventbrite.it/e/biglietti-please-allow-me-to-introduce-myself-lezioni-di-personal-branding-58721600889).

Se vuoi restare aggiornato sulle attività di Umbria Business Group iscriviti alla nostra newsletter: https://landing.mailerlite.com/webforms/landing/h0k1p8

Il gioco del “Se fossi…” il tuo nuovo business partner, sarei…

Il gioco del “Se fossi…” il tuo nuovo business partner, sarei…

“Se fossi un animale, sarei…”.

“Se fossi un numero, sarei il…”.

“Se fossi un colore, sarei il…”.

E se fossi il tuo nuovo business partner, chi sarei? Cosa farei?

Ogni volta che ci affidano una nuova sfida lavorativa, iniziamo a pensare al migliore approccio per analizzare tutte le variabili che concorrono al possibile e ipotetico futuro successo. Cominciamo a ragionare sulle caratteristiche dei prodotti e/o servizi che offriamo, sul bisogno che andrebbero a soddisfare nei nostri interlocutori, a quanti altri simili siano presenti nel mercato e alle strategie da mettere in pratica. Nel raggiungere un determinato (ed elevato) volume di dati generati dalle risposte che ci siamo dati, dalle ricerche che abbiamo condotto in parallelo e dalle conseguenti rielaborazioni confrontandole, ci accorgiamo che tanto più astraiamo tanto più allontaniamo la nostra visuale dal principale obiettivo: avviare un processo che ci porti a conoscere i nostri potenziali clienti.

È bene prevedere, pianificare e astrarre in base ai propri obiettivi finali, ma risulta fondamentale che queste nostre attività abbiano come focus i soggetti cui tutte le nostre attività sono rivolte: le Personae.

Che siano i nostri possibili clienti o il nostro pubblico, i nostri colleghi o il nostro capo, le Personae rimangono i protagonisti dei nostri pensieri, dei nostri sogni e, a volte, dei nostri malumori.

Questi protagonisti indiscussi nella definizione del nostro piano, e in particolare in base a questo approccio, ci permettono di semplificare la nostra attività di astrazione e ci riportano ai bisogni fondamentali dell’essere umano, il quale abbiamo deciso di incontrare per vendere il nostro servizio e/o prodotto.

Perché dovrebbero acquistare da me?

A una domanda così semplice non si può che rispondere in maniera molto complessa, come di seguito:

Attualmente, il 57% delle decisioni di acquisto, parlo in particolare dell’ambiente business to business, viene presa in maniera indipendente, senza venire a contatto con un venditore, e allo stesso modo, nel 77% dei casi, un buyer non parla con un venditore prima di aver condotto autonomamente una ricerca online. Consideriamo, ulteriormente, che l’88% dei buyer utilizza i social media per informarsi e che il 74% utilizza LinkedIn. Mi sembra più che chiaro di non avere alcuna chance, neanche quella di mettere in pratica le mie capacità di venditore. Sembra che tutte le mie sicurezze derivate dalle attività di pianificazione siano venute meno dal momento che non so come entrare in contatto con i miei interlocutori.

Cosa posso fare?

Anche questa domanda esige una risposta complessa.

L’attuale contesto di business, e mi riferisco ai piani di digital transformation che hanno coinvolto e stanno coinvolgendo tutti i dipartimenti aziendali, ci obbliga a rivedere il modello tradizionale del processo di vendita. Lo scenario in cui un buyer agisce attualmente, gli permette di accedere autonomamente alle informazioni di cui necessita, offrendogli allo stesso tempo anche le soluzioni più performanti. Per tornare alla domanda “Cosa posso fare?”, ritengo che il minimo che si possa fare sia essere almeno presenti negli spazi online dove le personae si vanno a informare, dove possono conversare e scambiarsi opinioni.

IBM, ultimamente, ha incrementato del 400% le sue vendite a fronte della messa in atto di un piano social media a supporto della forza vendite. Le attività di consulenza online e la collaborazione tra i team nel trovare, filtrare e condividere contenuti digitali rilevanti è stata la chiave di questo sbalorditivo successo.

SAP ha incrementato del 32% il proprio fatturato investendo nello sviluppo delle competenze di social selling del proprio team di vendita. Le attività di social selling permettono di entrare efficacemente in contatto con i prospect e coinvolgere attivamente i clienti.

Come posso essere efficace in questo nuovo contesto e dare inizio a un processo di vendita per cui, poi, saranno utili tutte le mie attività di previsione, pianificazione e astrazione? Sembra strano, ma l’attuale contesto caratterizzato da interazioni online, quindi, virtuali, necessità di estrema concretezza operativa. Infatti, con il mio consiglio di partire dalle personae, propongo di partire dai seguenti presupposti o, meglio, buone premesse:

– facilitare il lavoro quotidiano dei nostri prospect;

– rendere i nostri prospect consapevoli e aggiornati;

– portare i nostri prospect a essere ambasciatori nella materia/settore merceologico oggetto del nostro prodotto/servizio all’interno delle loro organizzazioni.

L’approccio che propongo tiene conto delle abitudini dei nuovi buyer B2B e ha lo scopo di raggiungere una maggiore efficacia nel momento in cui si dispongono delle attività finalizzate alla generazione di nuovi lead. Infatti, oltre alla difficoltà nell’entrare nel processo decisionale di acquisto, descritta sopra, tengo conto della media annua di fornitori che i buyer B2B stessi ricevono annualmente, che si attesta tra i 65 e gli 85. Dato che rende ancora più difficoltosa la nostra impresa di cogliere la loro attenzione.

Tutto considerato, risulta fondamentale costruire una propria identità, ahimé, virtuale, negli spazi dove le personae di nostro interesse cercano informazioni, in particolare mi riferisco al social media LinkedIn, che permette la connessione con loro, anche tramite i gruppi di discussione (che meritano la nostra attenzione). Costruire un’identità basata sugli USP (unique selling point) che contraddistinguono il nostro brand, i nostri servizi e/o prodotti, le nostre caratteristiche personali, come individui e professionisti. Un’identità che si manifesta nella completezza e chiarezza delle informazione che forniamo su noi stessi, la nostra azienda e i servizi/prodotti che offriamo per facilitare il lavoro dei nostri interlocutori. Uscendo da un’atmosfera di vendita, che poco piacevole è per tutti, ed entrando in un livello di comunicazione più elevato, consulenziale (advisory). Per il 40% delle proprie attività in LinkedIn, si consiglia, infatti, la creazione di contenuti originali (prodotti in casa), mirati ad attrarre alla lettura, disegnati sulle esigenze dei buyer, dal taglio divulgativo e, sicuramente, coinvolgente.

Ci tengo a concludere con la definizione di Personal Branding: significa impostare una strategia per individuare o definire i tuoi punti di forza, quello che ti rende unico e differente rispetto ai tuoi concorrenti e comunicare in maniera efficace cosa sai fare, come lo sai fare, quali benefici porti e perché gli altri dovrebbero sceglierti.

L’autore dell’articolo, Omar Schiavoni, oltre ad essere co-fondatore dell’Umbria Business Group, è attualmente Key Account and Client Manager Exams presso British Council. Il tema trattato è stato oggetto di un evento co-organizzato da UBG e PagineSì a Terni il mese scorso: https://www.corrieredelleconomia.it/2018/06/08/al-palasi-per-parlare-di-social-selling-il-14-giugno-preparati-a-incontrare-il-tuo-prossimo-cliente/

Il netWORKing efficace

Il netWORKing efficace

Tutti hanno letto o sentito parlare del potere delle attività di networking: migliori opportunità di lavoro ed espansione della propria cerchia professionale i due maggiori benefici. Iniziare sembra facile: stampa i tuoi biglietti da visita, unisciti a un’associazione professionale e crea il tuo account LinkedIn. Ma è davvero sufficiente?

Il take-away a maggior valore aggiunto per me al termine dei due anni di frequenza del corso Executive MBA al MIP-Politecnico di Milano è stata proprio la rete di contatti utili e lo scambio di esperienze durante le attività di gruppo di preparazione agli esami.

Nella video intervista a Fabrizio Longo e Roberto Stefanini, i fondatori di myfoglio (articolo completo qui) raccontano come il networking sia stata per loro fonte di ispirazione anche nel business model del loro progetto.

Ma non sono solo le università a creare servizi per gli alumni, molte grandi aziende internazionali investono sul prestigio di annoverare personaggi famosi tra i propri ex-dipendenti – mentre in Italia chi lascia l’azienda per altri lidi viene visto alla stregua di un traditore, solo per citare qualche nome: McKinsey & Company, KPMG, Swiss Re e DLA Piper.

NetWORKing contiene al suo interno la parola WORK (dall’inglese Net: rete + Work: lavoro + suffisso -ing a indicare che si tratta di un’azione continuativa). Questo per sottolineare il fatto che vedrai risultati solo se sei pronto a compiere sforzi. Ahimè, il networking è un impegno continuo e va pianificato con metodo, altrimenti non porta nessun vantaggio, ma solo frustrazione.

Di seguito i nostri consigli su come migliorare le tue capacità di fare networking e raggiungere risultati:

  1. È fondamentale porsi degli obiettivi e aderirvi. Che tipo di contatto ci serve? Cliente, fornitore, business partner? In quali settori? Cosa cerchiamo nella relazione? Solo dopo aver definito la nostra strategia possiamo passare alla seconda fase, il contatto con i nostri target.
  2. Scegli uno o più eventi di settore che ti permettono di incontrare persone legate ai tuoi obiettivi: fiere, hackaton, conferenze, etc, e verifica in anticipo chi saranno gli speaker, relatori e le aziende partecipanti.
  3. Arriva preparato: raccogli informazioni sull’evento, prepara per bene il tuo pitch (chi sei, cosa fai, perché sei a quel determinato evento, quali sono le tue passioni, ecc.) e leggi molto per restare costantemente aggiornato (no, l’ignoranza non è un buon biglietto da visita).
  4. Concentrati sugli altri e dimenticati delle tue insicurezze. Vai agli eventi con un amico per superare l’imbarazzo. Inizia col parlare con chi è da solo. C’è qualche novizio che è desideroso di conoscere gli altri? Puoi mettere in contatto tra di loro alcuni dei partecipanti? Identifica possibili opportunità e agisci, non attendere che gli altri vengano da te.
  5. Non utilizzare gli eventi di networking come opportunità di vendita. Non fare pressioni sui nuovi contatti all’evento o nelle tue comunicazioni di follow-up, a meno che non sia espressamente richiesto dal nuovo contatto.
  6. Esci dalla tua comfort zone. Partecipare a una conferenza o a un evento di networking risulterà inutile se interagirai solo con chi già conosci bene. Mettiti come obiettivo di incontrare almeno 10 persone a ogni evento.
  7. Fatichi a ricordare i nomi? Non c’è cosa peggiore, non ci fa fare una bella figura e fa sentire gli altri di poco valore. Prendi qualche nota a seguito dell’incontro o in un taccuino o sul retro dei biglietti da visita. Scrivi qualche appunto come: capelli castani con barba, lavora a Milano, frequentato stessa università, vuole connettersi in LinkedIn.
  8. Dopo esserti presentato, come rimanere in contatto? Il follow-up è indispensabile, entro le successive 24-48 ore al massimo. Per mantenere la relazione viva dobbiamo ricordarci inoltre di contattare le persone nella nostra rete ogni 6-12 mesi, inviando un’e-mail o un messaggio tramite i social media, anche solo per sapere come va. Puoi rendere il tuo messaggio ancora più gradito includendo un link a un articolo che potrebbe essere di interesse, un invito a un evento professionale o un contatto importante.
  9. Utilizza i social media in maniera efficace. Nessuno vuole essere in contatto con chi invia tweet o messaggi senza contraccambiare. Commenta i post degli altri, rispondi alle loro domande e contribuisci con la tua opinioni negli argomenti di tua competenza. Gli altri apprezzeranno il tuo input e saranno più coinvolti.
  10. Utilizza parole chiave nel tuo blog, sito web e canali social, affinché gli addetti ai lavori possano trovarti. Ad esempio, chi lavora nell’IT può approfittare degli hashtag di Twitter, utilizzandoli nella propria biografia: Marco vive a Roma, lavora nel #management #IT, adora andare in bici. Il suo profilo sarà disponibile a tutti quelli che cercheranno tramite le parole chiave ‘IT’ e ‘management’.

Ci sono dei comportamenti che vanno assolutamente evitati, perché rischiamo di non essere considerati interessanti dagli altri interlocutori e ci fanno perdere interessanti opportunità:

  1. Prendere e non dare: costruisci delle relazioni solide, focalizzando su ciò che puoi offrire ai tuoi contatti e non su cosa ricevere da loro.
  2. Parlarsi addosso: non rovinare le tue relazioni annoiando i partecipanti con i tuoi problemi di lavoro. Focalizza su come puoi aiutare gli altri e tieni fuori dal discorso i tuoi bisogni in queste occasioni. Quando vi conoscerete meglio, lentamente potrai introdurre maggiori informazioni personali nei discorsi.
  3. Focalizzare sulla quantità e non sulla qualità: non dare i tuoi biglietti da visita a chiunque incontri. Valuta chi è un contatto utile e presentati.
  4. Pensare che i social media faranno la maggior parte del lavoro: i social media sono strumenti, se non interagisci con nessuno, non aspettarti delle connessioni.
  5. Porsi degli obiettivi troppo alti: se il tuo obiettivo è incontrare il CEO di una grande azienda, benissimo, ma se non hai niente da offrirgli, il contatto non andrà a buon fine. Non sottovalutare i profili intermedi o più in basso nella scala gerarchica. Potrebbero essere di eguale valore e più accessibili.

 

Se desideri altri consigli contattaci pure, siamo a tua disposizione per aiutarti a personalizzare la tua strategia di networking. Umbria Business Group organizza diversi tipi di eventi per facilitare il networking professionale (aperitivi, workshop, training). Il nostro obiettivo è facilitare lo scambio di conoscenze e competenze e far incontrare le aziende del territorio con i professionisti facenti parte della nostra associazione in modo da soddisfarne i continui bisogni in termini di aggiornamenti e competitività.

Hardware nell’IoT

Hardware nell’IoT

Premessa

Questo è il secondo post di una serie dedicata all’Internet delle Cose nell’ambito più ampio dell’Industria 4.0. Il primo ha coperto, oltre ad una breve introduzione all’argomento, i criteri di scelta del sistema operativo e del software associato, mentre l’intervento di oggi toccherà gli aspetti hardware tentando di chiarire i criteri con cui scegliere la piattaforma IoT giusta per il proprio prodotto. Vale per questo come per il post precedente l’approccio metodologico di non trattare Arduino e piattaforme su cui giri Linux per i motivi già menzionati in quest’ultimo.

 

L’hardware

A questo punto serve qualche chiarimento: ciascuna delle sezioni hardware seguenti descrive un chip, il quale proviene da un singolo costruttore e va acquistato all’ingrosso da terze parti o da distributori autorizzati. Di solito non viene fornito con strumenti in grado di immagazzinare codice o interagire col mondo esterno.  Un modulo invece è un prodotto basato sui succitati chip, aggiungendo caratteristiche come la capacità di immagazzinare dati in maniera persistente, antenne WiFi/Bluetooth integrate, e così via.  I moduli sono rilasciati da produttori diversi ma usano lo stesso chip. Di prassi i suddetti moduli sono versioni prodotte su larga scala del design di riferimento del costruttore del chip, quindi per componenti hardware comuni c’è solitamente ben poca differenza fra i vari moduli, fatta eccezione per il prezzo. Una scheda può contenere un chip o un modulo ma fornisce in più cose come diversi modi di alimentare l’hardware, connettori e pin per collegarvi hardware esterno, e via dicendo. A differenza dei moduli le schede possono variare molto da un costruttore hardware all’altro, e tendono ad essere adattate ad usi o esigenze specifiche. Una occhiata alle immagini qui sotto renderà tale concetto molto più chiaro:


[Chip] Atmel ATXMega 128A1 Photo By Springob – Own work, CC BY 3.0,

[Modulo] ESP8266 Photo By Sparkfun Electronics – CC BY 2.0


[Scheda] Wireless Internet of Things (WIOT) Board by ubld.it CC BY-SA 3.0

Dal punto di vista hardware scegliere la piattaforma giusta è un compito ancora più importante. Non va dato nulla per scontato in quanto soluzioni differenti possono sembrare inferiori comparate ad altre ma potrebbero essere del tutto adeguate al compito cui sono destinate. Concepire soluzioni IoT all’uopo è tutt’altra questione rispetto a idearne per uso generico, si prenda ad esempio la connettività WiFi:

I sistemi per uso generico oggigiorno sono tutti forniti di una qualche interfaccia WiFi che ci si aspetta semplicemente che “funzioni”. Ma la WiFi su dispositivi IoT è un altro paio di maniche. Si tengano a mente un paio di cose quando si sceglie quale chip utilizzare, sebbene nessuno ci penserebbe mai riguardo ad un dispositivo ad uso generico di questi tempi:

* Questo dispositivo è destinato ad un ambiente domestico o industriale? Nel secondo caso chip WiFi differenti possono avere antenne separate per la ricezione e la trasmissione, anche più di una. Si tenga conto che se il dispositivo deve agire come sensore o per acquisizione dati, per fare in modo di ridurre perdite di dati in uscita bisognerà procurarsi un chip che abbia due antenne per la trasmissione e una per la ricezione, ad esempio. Un disturbo da parte di un altro apparecchio può rendere irrealizzabili i design oltre un certo livello di complessità in quanto non sono resilienti verso le interferenze quanto gli elementi più semplici.

* Bisogna inoltre chiedersi quanti dati riceverà e trasmetterà il dispositivo. A differenza dei dispositivi per uso generico, la memoria è spesso scarsa e in tal caso due scenari negativi si prospettano su hardware di fascia bassa: o il firmware è troppo lento nel gestire i dati in ingresso, o è troppo veloce nel generare quelli in uscita. Nel primo caso si deve riuscire a gestire la perdita di dati, e pertanto si potrebbe aver bisogno di implementare un meccanismo di ritrasmissione dei dati se si ha bisogno di una bassa latenza, oppure passare a protocolli che lo facciano di per sé – a spese di un incremento di memoria o maggiore latenza. Nel secondo caso a seconda del sistema si potrebbe riscontrare un crash di sistema o l’impossibilità di trasmettere i dati senza che sia generato un messaggio di errore, dato che per quanto concerne al sistema operativo, l’unica cosa di cui preoccuparsi è il mandare i dati alla scheda di rete per la trasmissione (la cui coda d’invio è piena e i pacchetti finiscono nel nulla senza generare avvisi).

Tutto ciò va ad aggiungersi alle scelte tradizionali di design della parte elettronica, come il consumo di corrente, la dispersione di calore, i requisiti di voltaggio, e così via. Il design dell’hardware non è mai stato facile di suo ma se per un certo periodo ce la si poteva cavare con soluzioni generiche come computer a scheda madre singola con CPU x86 compatibile, di questi tempi clienti potenziali e non vogliono componenti più piccole e meno dispendiose – la qual cosa comporta lavoro extra nel selezionare le componenti che finiranno nel design finale.

Quelli fra di voi che erano attivi tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima dei Novanta possono paragonare senza problemi un simile scenario con quello degli home computer dell’epoca, quando c’era una pletora di sistemi diversi incompatibili fra di loro che si davano battaglia per una fetta di mercato – tutto ciò avveniva prima della standardizzazione verso il PC con cuore Intel. Per l’IoT siamo ancora alla fase “competitiva”, in cui soluzioni diverse incompatibili fanno del loro meglio per dominare il mercato. A titolo di esempio ecco una rapida lista di alcune CPU presenti sulle schede IoT:ARM, ARC, AVR, FT32, MIPS, NDS32 ), PIC, Super-H , x86 e Xtensa.  Alcune di esse sono ben note, come ARM e x86, ma si va anche verso soluzioni esotiche con esempi come NDS32 (la CPU dietro il modulo MediaTek MT7681 per dirne una), o FT32 – la quale è una architettura CPU nuova di zecca creata da FTDI per cui sono appena stati disegnati dei moduli.

 

Il post successivo di questa serie approfondirà le caratteristiche tecniche del chip ESP8266.

Guest post di Alessandro Gatti: consulente freelance IoT a Taiwan, in passato dopo aver esordito nello sviluppo di app J2ME nel 2003 ha lavorato fra gli altri come dipendente di Rakuten in Giappone (principale concorrente di Amazon in quel paese) e Opera a Taiwan e in Norvegia. Cura l’intero sviluppo in ambito embedded e su piattaforme iPhone/Android/Windows Phone, fino ad aspetti low-level come la programmazione in assembly o C del firmware e offre servizi di reverse engineering, coaching dei team di sviluppo, design di soluzioni Industry 4.0 dai tempi di SCADA e non solo. Editato da Fabrizio Bartoloni. Alessandro Gatti è stato uno dei relatori, in diretta Skype da Taiwan, all’evento UBG dedicato all’IoT il 22 febbraio presso Hub Corciano.

Hardware nell’IoT

IoT, criteri di adozione delle piattaforme

IoT, vantaggi nell’adozione e scenario in Umbria

L’Internet of Things estende le possibilità aperte da internet e dall’informatica in generale agli oggetti del nostro quotidiano e alle realtà imprenditoriali produttive e di servizi. Gli infiniti campi di applicazione spaziano dalla domotica, alla sensoristica intelligente in ambito industriale, dalle città intelligenti (smart cities) al biomedicale. La gamma di vantaggi è altrettanto ampia, va dal risparmio (energetico, riduzione degli scarti, e così via) alla prevenzione e gestione in tempo reale, spesso completamente automatizzata, di problematiche, sino alla raccolta capillare di dati su tutti gli aspetti produttivi dell’azienda, di casa nostra, o dell’intera città, indispensabili per una pianificazione ragionata degli interventi e del futuro. Anche in Umbria c’è fermento ed eccitazione riguardo all’IoT, tanto che si moltiplicano convegni e conferenze sul tema da parte di organismi autorevoli e sono già sorte alcune startup (SmartPeg, Innovactive, ecc.) di un certo respiro focalizzate sull’Internet delle Cose. Assumendo come dato di fatto l’ingresso da parte dell’imprenditoria locale tradizionale in questo nuovo mondo, così come è già successo venti anni fa con l’adozione di Internet nella sua forma più classica, sarà opportuno comprendere una metodologia critica nello scegliere una soluzione IoT invece di un’altra salvo pagarne economicamente e gestionalmente lo scotto a lungo termine.

Introduzione

Le piattaforme IoT si presentano in varie configurazioni oggigiorno: chip singoli, moduli e schede già pronte. Ognuna di queste trova uso in un prodotto custom e questa serie di post ne tratterà alcune.

Note
Tenete conto che questa serie di post non tratterà Arduino. Innanzitutto le librerie software di Arduino sono coperte da una licenza che potrebbe risultare incompatibile per un prodotto commerciale costruito su larga scala. Inoltre c’è un numero pressoché infinito di schede che sono derivate dall’hardware originale di Arduino o che eseguono codice su ambiente Arduino.

In ultimo, questa serie di post non coprirà piattaforme che eseguano Linux nelle sue varie forme. Una volta che una scheda, un modulo, ecc. fa girare Linux risulta più o meno equivalente a prodotti hardware simili, e discernere quale piattaforma sia più adatta diventa una questione di quale offra più caratteristiche a prezzo minore piuttosto di quali caratteristiche della scheda siano più calzanti per il fine prefissato.

Il software

Se bisogna trovare un elemento di contatto fra le piattaforme IoT, il punto di partenza ideale è la parte software di questa equazione.

Le piattaforme IoT più comune di questi tempi si basano su un sistema operativo chiamato FreeRTOS, viene utilizzato là dove ci si aspetta alta affidabilità e tempi di reazione immediati.  A differenza di sistemi operativi come Linux, Windows, o macOS, FreeRTOS NON offre supporto internet preconfigurato di serie.  Tradizionalmente non c’è stato in passato un vero bisogno di connettere piccoli prodotti hardware ad Internet, quindi gli sviluppatori che hanno lavorato su FreeRTOS si sono concentrati sul nocciolo del sistema operativo in sé fino a tempi recenti (uno sforzo successivo dallo stesso team di sviluppo si può trovare qua, sebbene il suo design non sia ancora allo stadio definitivo).

Questa lacuna è colmata da lwIP, una libreria software che permette all’hardware embedded di accedere a internet a patto che venga scritto il codice necessario a interagire con l’interfaccia di rete e il sistema operativo.

Dal punto di vista dei non-addetti ai lavori, ciò significa che se i costruttori di hardware si standardizzano in qualche modo su una base FreeRTOS + lwIP, migrare da una soluzione hardware a un’altra diventa una faccenda di riscrivere il codice specifico per quella piattaforma invece di ricominciare da zero. Ciò è già successo grossomodo sul fronte Linux, dove il codice dell’applicazione di rado cambia fra piattaforme hardware diverse fintanto che le suddette fanno girare una qualche forma di Linux.
Esistono comunque alternative a FreeRTOS, sia commerciali, come µC/OS, ThreadX, Nucleus, MQX, ecc. che Open Source tipo RTEMS oppure eCos e così via.  Se prendiamo in considerazione le offerte commerciali i due fattori dirimenti sono il livello di supporto offerto e il costo di licenza per unità, in quanto tutti i prodotti summenzionati sono completi e quasi equivalenti dal punto di vista delle caratteristiche offerte.
Ad ogni modo, un prodotto IoT è assolutamente qualcosa di più che un sistema operativo capace di connettersi a internet. Alcuni costruttori di solito allegano codice di terze parti alle loro piattaforme. Ad esempio, fornendo una libreria per il protocollo MQTT per consentire una facile integrazione con soluzioni di gestione IoT aderenti agli standard, o un parser JSON  per integrarsi con servizi web preesistenti, fra i tanti casi possibili. Altri costruttori possono fornire integrazione con l’Homekit di Apple o AirKiss (un sistema cinese di gestione unificata IoT che s’è garantito un proprio ruolo).

Il prossimo post di questa serie prenderà in esame gli aspetti hardware, in particolare cercherà di gettare luce su quali siano i criteri con cui scegliere la piattaforma IoT giusta per il tuo prodotto.

Guest post di Alessandro Gatti: consulente freelance IoT a Taiwan, in passato dopo aver esordito nello sviluppo di app J2ME nel 2003 ha lavorato fra gli altri come dipendente di Rakuten in Giappone (principale concorrente di Amazon in quel paese) e Opera a Taiwan e in Norvegia. Cura l’intero sviluppo in ambito embedded e su piattaforme iPhone/Android/Windows Phone, fino ad aspetti low-level come la programmazione in assembly o C del firmware e offre servizi di reverse engineering, coaching dei team di sviluppo, design di soluzioni Industry 4.0 dai tempi di SCADA e non solo. Editato da Fabrizio Bartoloni. Alessandro Gatti sarà uno dei relatori, in diretta Skype da Taiwan, all’evento UBG dedicato all’IoT il 22 febbraio presso Hub Corciano.